Plasticless: può esistere un modo senza plastica?

Plasticless: può esistere un modo senza plastica?

Milano, 19 settembre 2019 – Presso Assosvezia si è tenuta la prima edizione del seminario “Plasticless: può esistere un mondo senza plastica?“, un titolo provocatorio pensato per creare un’occasione di confronto con lo scopo di fare chiarezza su un argomento attuale come il riciclo e il consumo della plastica. La vera domanda si è rivelata quindi essere plastica, come utilizzarla?

C’è sempre più bisogno di risposte chiare per un’esigenza così sentita. Quello del consumo di plastica è oggettivamente un problema serio, complesso e reale che viene però trattato spesso in modo prevalentemente emotivo previa diffusione di immagini angoscianti.

Per aiutarci a far meglio luce su questo argomento sono stati con noi tre relatori, ciascuno portavoce di tre diverse realtà:

  • Giulia Picerno dal Centro studi e prevenzione di CONAI (Consorzio Nazionale di Imballaggi).
  • Alberto Cigada, Professore Ordinario in pensione presso il Politecnico di Milano e Fondatore di NextMaterials srl con un intervento intitolato “The plastic made of papaer, nuove soluzioni per un packaging senza plastica”.
  • Alberto Bergamin, Site Service Manager Alonte, Shared Service Adriatic region di Alfa Laval in veste di testimonial del progetto Plasticless.

Come rappresentante per il gruppo di lavoro CSR di Assosvezia e Managing Director di Mercuri Urval era presente Antonio Tubiolo, mentre come moderatore per l’incontro Davide Dal Maso, Partner di Avanzi Sostenibilità per Azioni, nostra associata.

Qualche buona notizia

La prima a prendere parola è stata Giulia Picerno di CONAI. Ci ha fatto notare come generalmente abbiamo la sensazione che gli imballaggi in plastica abbiano grande impatto sui rifiuti prodotti: ad esempio a casa, scartiamo i prodotti comprati al supermercato e buttiamo immediatamente l’imballaggio. Spesso però si tratta di un imballaggio funzionale a ciò che deve contenere. Il problema dello smodato uso della plastica esiste, ma a volte si fa l’errore di demonizzarla non pensando che è stata un’invenzione importante che ha risolto molti aspetti della vita quotidiana, soprattutto in ambito alimentare. Infatti non è la bottiglietta di plastica che crea il grosso del problema perché è la più riciclabile; lo è maggiormente la microplastica che va a finire in mare proveniente, ad esempio, dagli scarti dei lavaggi delle lavatrici. Fondamentalmente è il consumo ad essere cambiato, non si fa più la spesa tutti i giorni e gli imballaggi sono di conseguenza diventati sempre più necessari e complessi. Abbiamo appreso però che i rifiuti da imballaggi sono solamente l’8% del totale dei rifiuti prodotti in un anno. La filiera degli imballaggi ha una gestione del problema del fine vita dei suddetti molto responsabile rispetto ad altre anche perché questa è stata una delle prime filiere ad essere normate dal punto di vista della sostenibilità ambientale: in vent’anni, dal 1998 al 2018, i rifiuti provenienti da imballaggi sono sì aumentati, ma c’è più attenzione verso il riciclo. L’Europa si è resa conto del problema già negli anni ottanta e da allora fino ad oggi si è lavorato al fine di arrivare all’approvazione del progetto di economia circolare per il quale il 70% dei rifiuti riesce ad essere riciclato. A livello europeo, in ambito di performance di riciclo, l’Italia è tra i Paesi più virtuosi, siamo solo secondi alla Germania, tanto che nel 2018 gli obiettivi in vigore sono anche stati superati. Lo scopo del sistema di riciclo è riuscire a creare della nuova materia prima seconda che sia di interesse ad essere riutilizzata.

Nuovi materiali

Collegandosi al discorso sull’importanza del riciclo, il professore Alberto Cigada ci ha ribadito che il problema maggiore è il monouso, ciò che non viene riciclato, e che bisognerebbe ridurre la plastica nel packaging non primario, ovvero non la vaschetta del supermercato, ma quegli imballaggi più importanti in cui possiamo trovare vari elementi fatti di materiali diversi, i quali, i consumatori più sensibili si prendono il tempo di differenziare mentre altri buttano via tutto insieme. Il professore ci ha illustrato alcuni esempi di nuovi materiali brevettati dal Politecnico di Milano. Questi materiali hanno la stessa resistenza della plastica, ma sono creati con carta e quindi sono di più facile smaltimento, anche se dovessero essere dispersi in mare, essendo idrosolubili si decomporrebbero autonomamente, al contrario di quello che avviene con il polistirolo, ad esempio. È uno dei materiali più difficili da differenziare e filtrare infatti le piccole particelle che lo compongono sono facilmente disperdibili in mare. Riguardo ciò, è stata presa come esempio positivo la svedese IKEA dal momento che l’azienda si è prefissata di far cessare l’uso di polistirolo da parte dei suoi fornitori a partire dal 2020.

Alcune idee per le aziende

Un colosso aziendale come IKEA ha la forza di imporsi più facilmente, ma Alberto Bergamin ci ha infine dato dei validi spunti su come tutte le aziende possono iniziare ad intervenire verso un’ottica più ecosostenibile come già stanno facendo da Alfa Laval. Si è focalizzato maggiormente su cambiamenti possibili in ambito direzionale parlando di come ridurre la plastica prodotta presso gli uffici, aree break e mense. È un progetto che Alfa Laval Svezia promuove dal 2015 allineandosi alle disposizioni della comunità EU, entrando nello specifico nell’ambito plastica. Non è un progetto economico andare verso l’ecologico, è un esborso di risorse di tempo e monetarie, si parla infatti di scelte che comportano dei costi. Per creare delle opzioni con minore impatto ambientali per le sedi lavorative bisogna sviluppare un piano a lungo termine, il cambiamento non è immediato ed è complesso, specialmente se l’azienda è composta da un ingente numero di persone. Alberto spiega però che si può partire a piccoli passi: infatti Alfa Laval promuoverà una campagna di sensibilizzazione legata al problema della plastica monouso chiamata Zero Plastic. Si prodigheranno nel ridurre sprechi non necessari evitando di fornire bottiglie, bicchieri, posate e piatti in plastica, eliminando i boccioni di ricarica per l’acqua e sostituendoli con distributori collegati direttamente alla rete idrica. Ritornare ad alcune soluzioni quotidiane di buon senso comuni fino a poco tempo fa è uno dei punti chiave, cercando di sganciarsi dalla moderna abitudine del monouso e usando materiali di più facile riciclo come il vetro o la carta.

Per concludere

Quindi la cosa importante che le aziende possono fare a riguardo è riuscire a creare un gioco di squadra ed è necessario cominciare in se stesse a consumare meno ed intervenire sui processi produttivi. Infatti, creatasi una consapevolezza del problema, bisogna individuarne le possibili soluzioni e avere poi la forza di realizzarle.

Davide del Maso ci ha ricordato che il problema ambientale che stiamo affrontando ora non è una novità, ma era già stato individuato nei primi anni ’70 dal Club di Roma, un gruppo di pensatori, scienziati e manager di impresa la cui missione è quella di individuare e analizzare i cambiamenti e i problemi che la società si troverà ad affrontare, ricercandone però al tempo stesso soluzioni alternative. Loro avevano intuito cosa sarebbe successo, sono coloro che commissionarono al MIT – Massachusetts Institute of Technology la ricerca che ha prodotto il rapporto pietra miliare sul dibattito per la sostenibilità, il cosiddetto limit growth. Creare un modello sostenibile era un messaggio nuovo per allora, dato che le più comuni teorie di marketing si basavano su un processo di crescita, mentre questo processo in salita è, per un modello sostenibile, il problema e non la soluzione. Non è infatti possibile permettersi di superare le capacità di carico di un ecosistema sul lungo periodo senza subirne delle conseguenze. Nulla è però irreversibile se si agisce per tempo.

Se volessimo rispondere ora alla domanda iniziale, nonché titolo di questo incontro, sapremmo che la risposta è no, non è possibile vivere in un mondo completamente privo di plastica, ma c’è un immediato bisogno di farne un uso più consapevole.

Il seminario si è poi concluso con un momento molto partecipato di domande rivolte ai nostri tre ospiti e a seguire con un gradito aperitivo.

Assosvezia ringrazia tutti coloro che hanno partecipato rendendo possibile questo seminario e tutti gli ospiti presenti all’evento.


www.assosvezia.it | testo di Amanda Vanoletti

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