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Mercato del lavoro e best practice svedesi: il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti incontra le aziende svedesi

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Tra i vari obiettivi di sviluppo e crescita di Assosvezia c’è anche quello di dare voce alle aziende svedesi presso le Istituzioni in Italia. A tal scopo lo scorso 27 febbraio è stato organizzato un incontro con il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti per parlare di mercato del lavoro e best practice svedesi a cui ispirarsi. Più di 30 le aziende presenti, attente e reattive nel creare un confronto diretto con il Ministro.

I lavori sono stati aperti da Clara Pelaez, Presidente di Assosvezia, che ha dato il benvenuto a tutti i presenti. La parola è poi passata a S.E. l’Ambasciatore di Svezia in Italia Robert Rydberg, che nel 2016 aveva già incontrato due volte il Ministro Poletti e si è fatto promotore del dialogo con Assosvezia in prima persona. Ciò è stato possibile grazie alle ottime relazioni bilaterali e alla cooperazione su mercato del lavoro e politiche sociali in atto tra Italia e Svezia. I valori alla base della cultura del lavoro in Svezia, come l’interesse e l’impegno delle aziende per il benessere dei propri dipendenti, sono le risorse più importanti per il buon andamento delle imprese e bisogna far tesoro dei casi di successo per trarne insegnamenti utili.

Anche il Ministro Giuliano Poletti ha condiviso la riflessione dell’Ambasciatore Rydberg, dicendosi felice di poter partecipare a un momento di dialogo con la Camera di Commercio Italo-Svedese Assosvezia e i suoi associati. Questi momenti di confronto sono importanti in quanto ci troviamo a vivere in un momento storico di cambiamenti veloci e profondi e parlarne apertamente è il modo migliore per compiere scelte e investimenti per il futuro. Sono scelte rilevanti e inevitabili, che vengono fatte sulla base di tante motivazioni, non solo culturali, ma soprattutto di mercati, concorrenza e opportunità all’orizzonte. Il mercato del lavoro in Italia storicamente registra un tasso di occupazione più basso rispetto ad altri Paesi europei: sebbene il Bel Paese sia dotato di un apparato produttivo più ampio, le concause che portano ad avere così pochi occupati dipendono da una serie di fattori di grande impatto, tra cui la bassa occupazione femminile per via di retaggi culturali, e un sud Italia che procede più lentamente. Di fatto, viviamo in un contesto di varie economie e diverse velocità in un solo Paese. L’obiettivo deve essere quello di migliorare il tasso di occupazione e invogliare nuove aziende estere a insediarsi e produrre qui. Affinché ciò avvenga è necessario creare un contesto positivo per le aziende, ricco di opportunità e condizioni favorevoli da scegliere. Per concretizzare il progetto, però, non bastano leggi e norme, ma serve un cambiamento culturale e del modo di pensare, che necessità di un grande impegno sul lungo periodo.

È importante creare un sistema che premi le aziende che scelgono o rimangono in Italia a produrre qualità e non delocalizzando verso Paesi dove il costo del lavoro è inferiore. La qualità è un valore per i consumatori, ma porta necessariamente a chiedere un prezzo più alto. Il contesto migliore affinché le aziende restino qui è quello in cui si danno condizioni burocratiche e giuridiche certe e forza lavoro adeguatamente formata. Ciò sarà importante per recuperare il settore manifatturiero che negli anni ’90 è stato largamente dismesso a favore del settore terziario. Fu un errore: la manifattura è la porta d’ingresso dell’innovazione, è il luogo in cui vengono applicati i nuovi elementi tecnologici. La difesa della qualità, però, passa anche da bandi e concorsi in cui troppo spesso viene tenuta in considerazione soltanto la competitività del prezzo più basso e non il valore del servizio o prodotto fornito. La qualità costa di più e serve che a livello europeo vengano stabiliti standard condivisi e garantiti, purtroppo non c’è una soluzione nazionale al problema.

L’Italia ha patito molto a causa della crisi finanziaria globale, ma anche per una crisi del debito pubblico ad essa correlata che ha indebolito il sistema bancario. Inoltre è in atto un processo inarrestabile di innovazione digitale che richiede di adattarsi al cambiamento. Ma le reazioni sono quelle corrette? La combinazione di crisi e cambiamento va accompagnata e gestita per evitare che inneschi paure sociali dilaganti. Infatti l’innovazione tecnologica radicale a cui stiamo andando incontro ha la forza di creare forti scossoni e tensioni sociali che diventano ineludibili dato il momento di transizione. È un argomento caldo in tutto il mondo e proprio a livello sovranazionale va cercata una risposta adatta e coordinata.

Con la riforma del mercato del lavoro e l’introduzione del Jobs Act è già stato fatto un passo in direzione del cambiamento culturale. Sono state riconfezionate le politiche attive, poiché bisogna scendere in campo giorno dopo giorno per combattere inerzia e resistenza passiva alle norme. Sebbene rimangano dei problemi di infrastrutture e mezzi per operare pienamente il cambiamento, transitando dalla norma alla realtà, si lavora per ridurre la distanza tra le aspettative dei cittadini e i risultati che si raggiungono. La cultura rimane l’elemento essenziale su cui agire, ma si stanno affinando anche alcuni strumenti che divengano il naturale collegamento tra il mondo del lavoro e quello dell’istruzione, come l’alternanza scuola-lavoro. Tramite questa connessione, che già esiste ma va rivista, si cerca di colmare quel vuoto, terra di nessuno, in cui tanti giovani rimangono incastrati una volta finiti gli studi mentre sono alla ricerca del primo impiego. È un impegno che deve andare oltre le scadenze delle legislature perché i frutti di questo lavoro non sono immediati e si raccoglieranno nel tempo. È compito della comunità guidare, accompagnare e facilitare i giovani durante il percorso, tenendo sempre a mente però che non è una garanzia di lavoro.

Un altro grande cambiamento per il mercato del lavoro deve essere la riduzione del cuneo fiscale affinché possa dirsi competitivo al pari degli altri Paesi. In questo modo si agisce anche sul reddito del lavoratore che al momento costituisce una parte ridotta dei contributi che le aziende sono tenute a versare. È una condizione necessaria per sviluppare il nostro sistema produttivo. Così come è essenziale stare al passo con l’innovazione tecnologica e digitale, sempre per rimanere competitivi. Attraverso il piano nazionale Industria 4.0 le industrie hanno la possibilità di investire nell’aggiornamento tecnologico usufruendo di una serie di strumenti e sgravi fiscali messi a loro disposizione. Un progetto che unisce le forze di Istituzioni, Università, ricerca e imprese al fine di rilanciare la produzione in Italia. È una sfida per le aziende, per la politica e per la società tutta.

Ringraziamo il Ministro Giuliano Poletti per il confronto estremamente interessante, S.E. l’Ambasciatore di Svezia in Italia Robert Rydberg per aver significativamente contribuito alla realizzazione di questo incontro e a tutti i partecipanti per le domande stimolanti.

www.assosvezia.it | Testo di Viola Albertini, foto di Luca Pradella

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